Sovversioni di provincia
La pazza del mio paese è la più femminista di tutte. Avrà cinquanta o sessant’anni, ha dei cortissimi capelli color fuliggine e ha rinunciato da decenni ai reggiseni Lovable taglia sesta che le sorreggerebbero tranquillamente, e in totale equilibrio statico, il suo paio di tette enormi che farebbero invidia anche a Jenna Jameson. Veste in maniera casual-surreale e accosta fantasie e colori in un patchwork di logorroico isterismo. Decide arbitrariamente quando indossare degli abiti puliti, in barba a diffuse e consuetudinarie abitudini stagionali. Ha esaltato l’amore fraterno ai massimi livelli, dal momento che in gioventù ebbe la delusione sentimentale che l’ha poi portata a dissociarsi da tutto il resto. Ha trascinato nel vortice dell’ordinaria follia anche suo fratello e si amano talmente tanto da aver provato a intraprendere la strada di un’unione civile irriconosciuta dalle regole statali. Probabilmente commettono incesto e si comportano come marito e moglie; si accompagnano a fare le visite mediche e vanno a fare la spesa insieme. Lui le porta i sacchetti della spesa e cammina davanti, lei lo segue parlando di tutto, senza porsi nessun problema. Convivono e non so se gli operatori sociali stiano ancora prestando loro assistenza o meno. Da piccoli, quando seguivamo il catechismo, andavamo a bussare alla loro porta per poi scappare. Abitano nei pressi della chiesa e dissero al vecchio parroco che gli avrebbero fatto trovare una testa di maiale all’ingresso qualora fossero stati vittime dell’ennesima burla da parte nostra. Peccato che da allora li abbiamo lasciati in pace, Carnevale a parte.
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